lunedì 28 novembre 2011

2) Breve storia del saccheggio italiano - Quando liberalizzare serve solo a creare monopoli privati

Sono sotto gli occhi di tutti, eppure si fa fatica a prenderne coscienza, gli effetti delle liberalizzazioni-privatizzazioni.

L’incapacità dell’uomo moderno a valutare i fenomeni per quello che sono è dovuta ad uno snaturamento della persona umana che da essere cognitivo e creativo è stata addormentata e limitata ad essere un soggetto meramente percettivo senza una propria capacità critica. Il complesso culturale dice che la neve è nera, e per la stragrande maggioranza delle persone la neve è nera.

La normativa di liberalizzazione in materia di commercio stilata durante gli anni ’90 – con particolare riguardo all’eliminazione dei vincoli di distanza per l’apertura di un’attività commerciale – ha di fatto rappresentato la porta d’ingresso a poche grandi catene commerciali che si sono impossessate del 70% del mercato.

Ciò ha comportato la moria delle piccole attività commerciali, i cui fondi su strada si sono trasformati o in locali sfitti o in piccole abitazioni.

Secondo il Rapporto 2006 Unioncamere il fatturato del commercio per le piccole attività è stato nel 2003 di -2,8%, nel 2004 di -2,9% e nel 2005 di -2,4%, mentre per la grande distribuzione è stato nel 2003 di +3,5%, nel 2004 di +2,1% e nel 2005 di +1,6%.

Il Rapporto 2007 sulla Natalità e mortalità delle imprese italiane rincara la dose affermando:

“Il tasso di crescita del trimestre (+0,25%), il più contenuto degli ultimi otto anni con riferimento al periodogiugno-settembre, è frutto di una natalità sostanzialmente in linea con gli anni passati (+1,36%) e di unamortalità che, nel trimestre scorso, ha fatto registrare il record negativo dal 2000 (+1,12%)… la selezione'darwiniana' innescata dai processi di globalizzazione dei mercati sta operando in profondità sulle imprese piùpiccole, più isolate e prevalentemente localizzate al Sud. Diventa fondamentale, quindi, l’intervento delleistituzioni … per accompagnare questo percorso e non disperdere l'importante patrimonio di abilità dellepiccole imprese italiane.”


Sempre da Unioncamere si ricava per il 2007 – nonostante i comunicati stampa cerchino di annebbiare la negatività della situazione ricostruita, con titoli positivi – che nel giro di un anno sono chiuse 390.209 imprese (oltre il 5% del totale) con un differenziale natalità/mortalità comunque in crescita dello 0,75% (in brusca frenata rispetto all’1,21% del 2006) e che sarebbe però un dato negativo senza le nuove 54.463 società di capitali.

Le piccole aziende, quelle rappresentate dalle società di persone e dalle ditte individuali, infatti hanno registrato saldi negativi: -13.726 le ditte individuali del 2007 rispetto al 2006 e -341 le società di persone.

Ciò vuol dire che l’imprenditore non se la sente più di rischiare di essere responsabile nei confronti dei terzi anche con il proprio patrimonio personale, vista la facilità di incorrere in un fallimento aziendale e preferisce puntare sulla più sicura forma giuridica della società di capitali che limita la responsabilità patrimoniale al solo patrimonio sociale.

Ciò però fa già selezione censuaria ab origine: le società di capitali hanno infatti l’obbligo di dotarsi di un capitale sociale minimo stabilito per legge, cosa di cui invece non vi è bisogno per le ditte individuali e per le società di persone.

Ed il dato risulta essere ancor più negativo se si considera che il saldo delle piccole imprese intestate ad extracomunitari è aumentato di 16.654 unità, grazie soprattutto a immigrati provenienti da Cina, Marocco ed Albania. Dunque, senza conteggiare l’imprenditorialità extracomunitaria, il saldo delle ditte individuali intestate a cittadini dell’UE in Italia risulta negativo per -29.970 unità (con prevalenza nei settori dell’agricoltura, del commercio, delle manifatture e dei trasporti).

La cosa non può non preoccupare in quanto si tratta di imprese a minor valore aggiunto dove il più basso tasso di rendita imprenditoriale è accettato a causa del più umile tenore di vita a cui sono abituati questi imprenditori stranieri.

Ovviamente se è positivo il fatto che immigrati facciano imprenditorialità nel Paese che li ospita, la lettura puntuale dei dati fa comprendere come il sistema Italia si sia indebolito ulteriormente anche nel 2007.

Più genericamente, la metà delle aziende chiude entro il sesto anno di attività.

L’istanza demagogica utilizzata per rendere meritoria agli occhi della popolazione la nuova normativa di liberalizzazione, era quella per cui tutti dovevano avere il diritto di trovare sotto casa il negoziante di scarpe piuttosto che di giocattoli.

La normativa parlava di “una più capillare distribuzione dei prodotti sul territorio”.

I prodotti invece hanno finito col concentrarsi in centri commerciali che hanno sostanzialmente preso il monopolio del mercato.

Ovviamente di necessità di “una più capillare distribuzione dei prodotti sul territorio” ora non se ne parla più!

E’ poi assolutamente falsa l’idea per cui le liberalizzazioni portino ad un abbassamento dei prezzi.

Mentre infatti le tariffe sono cresciute meno dei prezzi al consumo, i prezzi dei beni e dei servizi liberalizzati sono cresciuti costantemente più delle tariffe e dei prezzi al consumo.


                                                    2002 2003 2004 2005 2006
Aumento tariffe (al
netto energetici)                            +0,1 +0,9 +0,9 +1,5 +1,6

Aumento beni e
servizi liberalizzati
(al netto energetici)                       +3,8 +3,6 +2,6 +2,0 +1,9

Prezzi al consumo                         +2,5 +2,7 +2,2 +1,9 +2,1
 
Fonte: Ministero dell’Economia e delle Finanze, L’economia italiana nel 2006, pag. 35.



La considerazione solitamente fatta è quella per cui, aprendo il mercato, aumentando l’offerta, i prezzi devono inevitabilmente scendere.

In teoria dovrebbe funzionare proprio così, ma nella realtà dei fatti, non essendo possibile una concorrenza pura – tanto di meno se lasciata alle libere dinamiche di mercato – gli operatori più forti finiscono col “mangiare” gli operatori più deboli.

Così se in una primissima fase la liberalizzazione produce aumento dell’offerta e diminuzione dei prezzi di erogazione del prodotto o servizio, già nel breve periodo si assiste a fenomeni di acquisizione da parte degli operatori più forti di quelli più piccoli, venendosi così a creare oligopoli (o addirittura monopoli), diminuendo così la concorrenza; a quel punto i prezzi tornano vorticosamente a salire.

Ecco che i mercati che storicamente si sono dimostrati più efficienti sono quelli regolarizzati tenendo presente, come di fatto è nello spirito della nostra Costituzione:

  1) il lavoro
  2) la qualità del servizio e prodotto erogato
  3) l’accessibilità al consumo


Non è infatti verosimile pensare che non tutelando primariamente i punti 1) e 2), al consumo possa derivare alcun vantaggio reale.

La normativa di liberalizzazione in materia di locazioni abitative, anch’essa stilata durante gli anni ’90 – con particolare riferimento alla l. 431/98 – ha fatto sì che i canoni d’affitto schizzassero alle stelle.

Qui l’istanza demagogica utilizzata fu quella per cui non era giusto che il piccolo risparmiatore che per una vita aveva messo del denaro da parte per comperarsi una seconda casa, non potesse utilizzarla per la figlia appena coniugatasi, per causa di un’esosa normativa a tutela degli affittuari a cui erano concessi troppi anni di godimento dell’immobile prima dell’esecutività dello sfratto, e per di più pagando canoni troppo bassi.

A causa di ciò, si diceva, la gente preferiva tenere sfitto l’immobile.

Si fece allora passare l’idea che liberalizzando la normativa, gli immobili da affittare presenti sul mercato sarebbero aumentati, ciò comportando la riduzione dei canoni.

E’ ovviamente successo l’esatto contrario.

Questi due esempi di normazione liberalizzatrice sono sintomatici di come le politiche di liberalizzazione inneschino meccanismi che portano al rafforzamento delle posizioni delle categorie più forti.

Si tratta di un fenomeno presente anche in natura.
Si pensi ad un bosco con vegetazione fittissima.
Difficoltoso sarà il sorgere della vita animale di una certa dimensione, e dunque appetibile.

Si pensi però anche alla savana, dove la scarsa formazione vegetale è di ostacolo al proliferare delle forme animali più deboli e dove a fare da padroni sono gli animali più forti.

Infine si pensi a quell’ambiente dove le formazioni vegetali sono a distanze tali da non soffocarsi l’una con l’altra, tali da consentire il passaggio della luce, e dove dunque ogni formazione animale ha possibilità di svilupparsi in armonia con le più piccole che trovano difesa e rifugio grazie alla vegetazione.

Altrettanto, un’iperburocratizzazione dei rapporti economici impedisce lo sviluppo dell’economia, ma l’eliminazione di fatto di ogni regola, la deregulation, fa sì che solo gli operatori più forti possano restare sul mercato.

Ecco che ciò di cui vi è bisogno per far funzionare le cose in funzione del bene comune, è una migliore regolamentazione dei rapporti, di modo che ogni genere di operatore possa avere diritto a restare sul mercato in modo dignitoso.

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