lunedì 28 novembre 2011

3) Breve storia del saccheggio italiano - Le privatizzazioni in Italia dal 1992

Per quale motivo agli inizi degli anni ’90 il tema principale della politica italiana divenne “privatizzare la pubblica impresa”?
Inizialmente la motivazione addotta era il forte debito pubblico e dunque la necessità di ridurlo.
Gli interessi negativi che su di questo maturavano, rappresentavano (ed ancor oggi rappresentano) un gravoso peso per l’economia del nostro Paese.
Tuttavia si consideri che dalle privatizzazioni il capitale racimolato fu, tra il ’92 ed il 2000, di 198.000 miliardi di lire (di questi, 87 mila miliardi sono relativi a privatizzazioni propriamente dette, di cui oltre 55 mila miliardi ad aziende industriali).

Il debito pubblico italiano nel 2000 era di 2.500.000 di miliardi di lire.
Il debito pubblico dunque è stato ridotto appena del 7,92%.
Tuttavia quel “ridotto” non corrisponde a verità se si considera che tra le aziende pubbliche vendute vi erano vere e proprie perle del capitalismo italiano (Comit, Credit, IMI, ma anche Eni, Enel, Telecom).
Per cui se nell’immediato si sono avute delle entrate, fra l’altro irrisorie, per il futuro le scelte politiche hanno privato lo Stato di importanti entrate di cassa, nonché di assetti industriali che rappresentavano la spina dorsale dell’economia pubblica nazionale e del sistema di welfare che in parte si reggeva su essa.
Non risultando credibile la prima motivazione addotta alla “necessità” del processo di liberalizzazione-privatizzazione che si intendeva avviare, la motivazione ufficiale a giustificazione delle privatizzazioni divenne successivamente quella di favorire un azionariato diffuso.

Tuttavia anch’essa cadde di fronte alla realtà dei fatti.
“Le privatizzazioni industriali realizzate con acquirenti italiani si sono caratterizzate per il collocamento di due terzi delle azioni presso singoli investitori (o loro “cordate”) e per il residuo sul mercato; relativamente agli acquirenti esteri, invece, la quota dei singoli è stata del 71% e quella del mercato del 29%.”
Si può dunque rilevare immediatamente come il controllo dei cespiti industriali sia sostanzialmente passato dall’operatore pubblico a quello privato.
La diffusione tra i piccoli risparmiatori ha riguardato soltanto un terzo del capitale sociale immesso sul mercato.
Per cui non può reggere la tesi per cui lo scopo primario delle privatizzazioni fosse quello di attuare un passaggio dalla mano pubblica al pubblico risparmio.

Anche questa seconda motivazione si dimostrò palesemente contrastare con la realtà dei fatti.
L’ultima giustificazione ufficiale alle privatizzazioni divenne allora quella di consentire il rafforzamento della grande industria italiana che doveva essere messa in condizione di affrontare e sostenere la competizione internazionale, al fine di consolidare gli assetti produttivi e occupazionali nazionali.
A questo riguardo i casi Eni e Telecom sono sintomatici del fatto che pure queste motivazioni siano state pretestuose e mendaci.

Eni per esempio dal ’92 al ’96 ha ridotto il personale del 33,5%, rendendo più inefficiente la gestione produttiva.
A fronte di una riduzione dell’1,9% del costo del lavoro, i costi operativi sono comunque aumentati passando dal 72,6% al 73% dei ricavi.

Anche tutte le altre aziende privatizzate hanno proceduto a tagli occupazionali e gli assetti produttivi, che già sotto la gestione pubblica erano molto efficienti, non ne hanno tratto giovamento di sorta.
“All’incirca, metà delle imprese ha registrato un miglioramento e metà un peggioramento o una variazione pressoché nulla.”

Le privatizzazioni italiane che vanno dal 1991 al 2000 sono caratterizzate dal fatto che pur passando sotto ben dieci Governi, sono però state tecnicamente guidate da un’unica figura: l’attuale governatore della BCE, Mario Draghi, direttore generale del Tesoro fino al 2001.

Già “nel periodo 1991-1999, l’economia italiana ha registrato uno sviluppo più contenuto di quello medio dei Paesi Ocse”.

Tale differenziale di crescita, come è noto, persiste ancora oggi.
Si può poi affermare che la capacità di crescita economica del nostro Paese si è ridotta del 67% dal 1991.
Il seguente grafico chiarirà la questione.


La linea continua discendente, media i valori della produzione industriale dal 1991 ad oggi.
Da essa si rileva come se nel 1991 tale valore fosse mediamente dell’1,5%, oggi è intorno allo 0,5%.
Dunque, in oltre un quindicennio di politiche liberiste, la capacità di crescita della produzione industriale italiana è diminuita di due terzi.

A smentita delle tesi liberiste, questa capacità di crescita è stata in ripresa dall’inizio del 2002 alla fine del 2006, quando le politiche di spesa, soprattutto per infrastrutture, sono state più espansive, mentre è precipitata nel 2007, quando la politica del rigorismo finanziario ha ripreso piede.

“Le operazioni del Tesoro italiano hanno contraddistinto dei massimi a livello mondiale: la prima tranche dell’ENEL nel 1999 ha segnato il record per un’IPO sui mercati occidentali, mentre la vendita della Telecom Italia è stata la maggiore OPV [offerta pubblica di vendita] mondiale che ha condotto ad una privatizzazione”.

Si può dunque tranquillamente affermare che l’approccio seguito per l’attuazione di questo processo di liberalizzazioni-privatizzazioni, sia stato radicale.
I governi italiani – ma forse è più corretto dire Mario Draghi – hanno dimostrato una capacità a saper raggiungere l’obiettivo senza tanti fronzoli.
Una vera e propria terapia d’urto.

Se con la stessa decisione con cui si è lavorato per portare dalla mano pubblica (o da moltissimi ma piccoli portatori d’interesse) a pochissime mani private una fetta importantissima del PIL, si lavorasse per ridare sviluppo all’economia nazionale e ridare esecuzione all’art. 3, 2° co. della Costituzione, la vita dei cittadini italiani non avrebbe niente a che fare con l’attuale no future generation.

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