lunedì 28 novembre 2011

4) Breve storia del saccheggio italiano - I singoli casi aziendali

La prima fase di privatizzazione dell’Eni si ha nel 1995, dopo che l’azienda, sotto la gestione pubblica, registrò un utile record di 3.215 miliardi di lire.
L’Eni cedette “numerosi rami aziendali operanti nell’industria chimica, ma non interessanti a quella specifica area del business chimico individuato dall’impresa come core.”
“L’Eni ha considerato il programma come una semplice selezione del proprio portafoglio di business.
L’obiettivo è stato quello di realizzare un nuovo assetto industriale ‘atto ad accrescere il valore complessivo del Gruppo pervenendo ad una struttura economico-finanziaria in linea con le altre compagnie petrolifere’; tale obiettivo è stato perseguito attraverso un programma che prevede la dismissione mediante cessione delle attività economicamente valide con deboli legami di integrazione con le attività fondamentali dell’Eni.

L’Eni ha considerato concluso questo programma nel dicembre 1998 …”.
Questa azienda è stata dunque privatizzata pur non rappresentando un “carrozzone” per la finanza pubblica, ma una vera e propria fonte di entrate costanti.

Oggi il Ministero dell’economia detiene il 20,31% di Eni ed attraverso la Cassa depositi e prestiti Spa (CDP Spa) un altro 9,99%.
Tuttavia di quest’ultima detiene il 70%, mentre il restante 30% è suddiviso tra una pletora di fondazioni bancarie.
Se ne può quindi evincere che dei proventi di Eni allo Stato resta soltanto una partecipazione di circa il 27%.
Nel 1992-93 l’Iri chiude il bilancio consolidato con una perdita di oltre 16 mila miliardi.
“In un primo tempo però l’ex-ente tentò di riqualificarsi con un core business centrato sulle infrastrutture di rete e in attività a tecnologia avanzata, ma in un secondo momento la sua missione venne ridefinita secondo criteri tipicamente liquidatori.

Nel 1993 fu siglato l’accordo cosiddetto ‘Andreatta-Van Miert’ che richiedeva un forte ridimensionamento dei debiti entro la fine del 1996.
Nel giugno 1997 il Tesoro indicò all’Iri due sole aree di attività: la gestione delle liquidazioni già avviate e le privatizzazioni.”
Quindi in un primo tempo l’idea della classe dirigente era quella di recuperare l’Iri; in un secondo tempo divenne invece quella di liquidarla e privatizzarla.
E’ interessante rilevare che Beniamino Andreatta il 2 giugno del 1992 si trovava sul panfilo Britannia e che nel 1993 era Ministro degli Esteri.
Karel Van Miert invece tra il 1993 ed il 1994 è stato membro della Commissione europea responsabile della politica della concorrenza, del personale e amministrazione, della traduzione e dell’informatica; successivamente è divenuto membro del collegio sindacale di Vivendi, amministratore di Agfa-Gevaert NV (2006), Anglo American plc, De Persgroep, Royal Philips Electronics NV, Solvay S.A., Münchener Rück, RWE AG, Sibelco N.V., società molte delle quali sono operanti nel settore minerario e chimico, settori nei quali l’Iri operava.
Van Miert dunque dopo aver proceduto ad un accordo col Governo italiano in merito a settori economici operanti, tra gli altri, nei settori minerario e chimico, otterrà una serie di incarichi da parte di primarie aziende operanti negli stessi settori.
Il rapporto della Commissione bilancio precisa che “sia l’Iri che l’Eni avevano messo mano già prima del 1992 ad una selezione del loro portafoglio.
L’Eni aveva individuato il core business nelle aziende facenti parte del ‘sistema integrato degli idrocarburi’ stabilendo di conseguenza le attività non risanabili e quelle che era opportuno cedere.
L’Iri aveva invece avviato da tempo un processo di smobilizzi che aveva generato ricavi di una certa consistenza (circa 20 mila miliardi nel decennio 1982-92).”

Tuttavia non bisogna confondere: le due aziende pubbliche prima del ’92 avevano avviato processi di rafforzamento industriale passante per la cessione di alcune “braccia” ritenute di peso all’intero corpo aziendale.
Dopo il ’92 la strategia cambia radicalmente: è l’intero corpo aziendale che da pubblico diviene sostanzialmente privato.
Dunque se la classe dirigente della “Prima Repubblica” puntò a riqualificare il ruolo dell’azienda pubblica, la classe dirigente della “Seconda Repubblica” si adoperò per dismetterla in favore di gruppi d’interesse privati.
Nel 1992 viene posta in liquidazione pure l’Efim.

“Le principali operazioni hanno riguardato la vendita per 450 miliardi di lire del comparto alluminio al Gruppo Alcoa … Le attività del Gruppo Efim nei settori difesa e aerospaziale e ferroviario sono state invece trasferite alla Finmeccanica.”
“Per dimensione di occupati, le imprese delle quali lo Stato ha ceduto il controllo appartengono principalmente ai settori delle telecomunicazioni, della siderurgia, della meccanica-elettronica, dell’alimentare e delle infrastrutture.”

Purtroppo i beneficiari di tali smobilizzi si sono rivelati inefficienti, pur operando in un regime di mercato in mani private.
Nel settore siderurgico Thyssen Krupp e Lucchini sono più volte finite alla ribalta delle cronache giudiziarie per le difficoltà avute in ambito finanziario e nell’attuazione delle normative a tutela dei lavoratori.
Nel settore alimentare il gruppo Cirio-Cragnotti creato ad hoc (e dunque non già operante nel settore) e Parmalat, hanno beneficiato delle dismissioni delle aziende pubbliche, ma sono finite sotto procedura di fallimento o amministrazione controllata.
Il gruppo Benetton ha beneficiato invece della dismissione di Autostrade, non rispettando gli impegni presi per il mantenimento e lo sviluppo della rete stradale: “75 per cento in meno di investimenti, diminuzione delle spese di manutenzione e del numero degli occupati”.
Dallo studio della Commissione bilancio emerge ad un primo rilievo quali sono stati i risultati finanziari in termini di debito pubblico indotto dal 1950 al 2000 prodotto da Iri, Eni ed Enel.


Un’entusiasta del liberismo, rileverebbe immediatamente che il processo di privatizzazione è stato senza ombra di dubbio positivo, in quanto ha liberato la finanza statale di una zavorra molto pesante.
La parte finale del grafico, infatti, pare sentenziare in tal senso.
Il grafico però non ci racconta i perché di un processo, ma correlato con le necessarie conoscenze aiuta a comprendere meglio la vera storia di quelle aziende.
Comunque, il grafico stesso basterebbe per porsi alcuni quesiti: se è ovvio che dal 1995, dunque in seguito all’avvio del processo di privatizzazione, il debito indotto è andato scemando, perché la curva del debito comincia ad innalzarsi solo a partire dagli anni ’70, con un’accelerazione dall’inizio degli anni ’80, e con risultati invece positivi nel ventennio precedente il 1970?
Per comprendere le motivazioni profonde di questa vicenda, dobbiamo concentrare la nostra attenzione sulle scelte di politica strategica fatte a livello nazionale ed internazionale.
In seguito all’assassinio di Enrico Mattei (1962) il nostro Paese interrompe la politica filo-industriale e per l’infrastrutturazione che aveva caratterizzato la strategia economica dopo l’avvio del piano Marshall.
Il 15 agosto del 1971 per decisione unilaterale di Richard Nixon, vengono abbattuti gli accordi di Bretton Woods che fondati sulla convertibilità del dollaro in oro, sulla fissità dei cambi tra le valute (oscillabili solo all’interno di una forbice del +/2,5%) e su un “codice d’onore”, aveva sino a quel momento garantito la stabilità del sistema monetario, finanziario ed economico mondiale.
Successivamente a tale iniziativa, seguita nel marzo del ’73 dai paesi europei, scoppia la crisi petrolifera.
Questi tre eventi (quello del ’71, quello del ’73 e lo “shock petrolifero”) sono uno correlato all’altro.
A metà degli anni ’70 l’Italia entra sotto la supervisione del Fondo Monetario Internazionale.
Politiche di tagli alla spesa pubblica, di riduzione dell’import ed aumento dell’export, di apertura delle frontiere alla circolazione dei capitali, caratterizzeranno la politica del Fmi per oltre trent’anni, sempre con i medesimi risultati: la distruzione della capacità produttiva, la distruzione dello stato sociale, la riduzione della capacità d’acquisto reale delle fasce medie e basse di reddito.

Queste esperienze verranno ripetute dal Fondo in America Latina e nel Sud-est asiatico.
I risultati saranno però sempre gli stessi.

Nel 1981 su presumibili pressioni della comunità finanziaria internazionale, l’Italia procede alla cosiddetta “denazionalizzazione” della Banca d’Italia.
La banca centrale viene nettamente separata dal Ministero del Tesoro, in ossequio al dogma liberista della necessaria indipendenza dell’istituto bancario.
Così i tassi di sconto sul debito pubblico non sono più decisi dallo Stato, ma dal mercato.
Così se nel ventennio precedente si era proceduto a distruggere parte della capacità produttiva del Paese, nel 1981 viene piantata la radice dello scoppio del debito pubblico italiano, che negli anni successivi rappresenterà il pretesto per la progressiva distruzione dello stato sociale in Italia.

Lo studio parlamentare sulle privatizzazioni afferma:
“[…] il saldo di cui sopra [7500 miliardi di lire] è in buona sostanza il risultato della differenza tra il rilevante indebitamento generato dalla siderurgia (26.500 miliardi circa) e il consistente rimborso reso possibile dalla vendita delle telecomunicazioni (20.600 miliardi circa); rammentando quanto esposto nel paragrafo precedente, occorre dunque concludere che, in primo luogo, l’effetto più importante sul debito pubblico è venuto dalla cessione delle quote di minoranza di Eni ed Enel, più che dalle privatizzazioni; in secondo luogo, queste ultime paiono essere servite più a trasferire responsabilità di gestione che a raccogliere finanza con cui rimborsare debito pregresso.”

Pur concordando con tali affermazioni, che possiamo riassumere affermando che le liberalizzazioni-privatizzazioni non hanno fatto altro che consentire il trasferimento di ciò che prima era in mano pubblica – dunque di proprietà dei cittadini attraverso lo Stato – ad alcune poche mani private, da un punto di vista strategicoeconomico, in merito alla forza strutturale di lungo termine, le privatizzazioni hanno prodotto anche il nefasto risultato di segnare per il nostro Paese forse l’ultimo passo del processo di deindustrializzazione avviato un trentennio prima.
Per comprendere il salto qualitativo fatto con il 1992, si potrebbe dire che si è passati da un generale processo di deindustrializzazione anche ad uno specifico processo di destatalizzazione.
Con lo slogan per cui ‘il pubblico non funziona ed il privato funziona meglio’, si sono messi nelle mani di alcuni privati, importanti settori strategici come quello bancario ed assicurativo, delle telecomunicazioni, siderurgico ed alimentare.
Il processo oggi mira a radicalizzare questa privatizzazione anche sul fronte energetico e di altri importanti settori pubblici di rilievo sociale (previdenza, sanità, istruzione, trasporti).
Finora questi privati non hanno saputo fare meglio del pubblico, anzi hanno inciso sull’economia fisica in modo decisamente negativo, tagliando posti di lavoro e chiudendo impianti produttivi.
Infine, affermare che il processo di liberalizzazione-privatizzazione ha riguardato primariamente l’industria pubblica in difficoltà è un falso, in quanto il 64,8% delle aziende privatizzate appartiene ai settori bancario-assicurativo e delle telecomunicazioni, finanziariamente remunerativi già sotto la gestione pubblica.

=> 5) Breve storia del saccheggio italiano - Un caso emblematico che butta giù la maschera: IMI

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