lunedì 28 novembre 2011

5) Breve storia del saccheggio italiano - Un caso emblematico che butta giù la maschera: IMI


L’operazione di privatizzazione dell’Istituto Mobiliare Italiano è la meno conosciuta al pubblico.
L’IMI ha storicamente assunto un ruolo strategico all’interno del sistema economico italiano dal dopoguerra ad oggi.
Essa, infatti, non era una banca con sportelli quanto piuttosto un operatore creditizio dedito soprattutto ai finanziamenti a medio e lungo termine alle imprese (è la Banca Fideuram, sua società controllata, a rappresentare il gruppo sul versante retail).




Nata nel 1938, ha assunto col tempo maggior importanza, in particolare all’interno dei programmi internazionali di recupero delle economie distrutte dalla seconda guerra mondiale.
Successivamente ha operato soprattutto nel settore dei finanziamenti a grandi progetti industriali, nel sostegno alle piccole e medie imprese e nel finanziamento dei progetti riguardanti il Mezzogiorno, attraverso una politica finanziaria di reperimento fondi, centrata sull’emissione di obbligazioni e certificati di deposito.
La privatizzazione dell’IMI non è sicuramente avvenuta per inefficienza gestionale, in quanto essa registra oltre 60 anni di bilanci positivi; nel 1992 l’esercizio si è chiuso con un attivo di 443 miliardi di lire, il 30 settembre 1993 risultavano 376 miliardi di utili con una previsione per l’esercizio di oltre 500 miliardi di lire.

L’IMI poteva dunque essere considerata come uno dei gioielli del patrimonio pubblico italiano.

Fino al 1994 il 50% del capitale della società era posseduto direttamente dal Ministero del Tesoro, mentre il 9,27% era posseduto indirettamente attraverso la partecipazione della CONSAP (Società posseduta Integralmente); inoltre il 3,22% del capitale era degli enti INAIL e INPS.
Queste partecipazioni in una società che genera costantemente utili volevano dire in concreto entrate costanti per il welfare.

In seguito alla vendita della terza tranche, “il Tesoro possedeva ancora 6.796.285 azioni dell’IMI, pari all’1,13% del capitale sociale.
Tale quota è diminuita a seguito dell’assegnazione delle bonus share della prima tranche e per effetto della fusione per incorporazione dell’IMI nel Gruppo San Paolo”.

Se con la vendita della prima tranche il 45,7% del pacchetto azionario immesso sul mercato è finito in mano straniere, con la vendita della terza tranche a finire in mani straniere è stato il 57,4% del relativo pacchetto azionario (di cui il 37,2% ad istituti anglo-americani).
Dalla vendita di IMI sono derivati 3208 miliardi di lire per le casse dello Stato.
Da ciò se ne desume una riduzione del debito pubblico di 3208 miliardi di lire, che hanno consentito un risparmio in termini di interessi negativi di circa 300 miliardi di lire annue.

Lo Stato però allo stesso tempo è stato privato di entrate per almeno 300 miliardi di lire annue (il 62% dell’attivo del ’93, essendo questa la percentuale di partecipazione statale nel capitale sociale di IMI).

Che senso ha avuto questa vendita?
Non regge evidentemente la questione della riduzione del debito.
E’ pretestuosa e demagogica la motivazione dell’aver favorito il pubblico risparmio. Se l’operatività di IMI andava a favorire tutto il sistema Paese, la quota di minoranza assoluta passata nelle mani del pubblico risparmio, va a favorire solo gli intestatari di tali azioni. Formale è pure la considerazione per cui la vendita di IMI ha fatto parte di un processo di snellimento dei settori tendenti al monopolio, poiché di fatto oggi il settore bancario italiano, (ma non è diversa la situazione internazionale), è nelle mani di soli due operatori. Quello che è certo è che questa perla dell’imprenditoria pubblica è passata dal controllo dello Stato al controllo di San Paolo, oggi Gruppo Intesa-San Paolo.
L’azionista di maggioranza di Intesa-San Paolo è la Compagnia di San Paolo (7,96%), una fondazione presieduta da Franzo Grande Stevens, persona vicinissima alla famiglia Agnelli, la quale è a sua volta tra gli azionisti primari del Gruppo (2,447%).

Tra gli altri azionisti di maggioranza troviamo: la Carlo Tassara S.p.A. (5,896%) vicina alla famiglia Zaleski (acciaio e finanza), la Crédit Agricole S.A. (5,568%), le Assicurazioni Generali (5,075%) dove ritroviamo tra gli azionisti di maggioranza la Carlo Tassara S.p.A., la Fondazione Cariplo (4,680%), Fondazione C.R. Padova e Rovigo (4,602%), l’Ente C.R. Firenze (3,378%), la Fondazione C.R. in Bologna (2,729%).
Insomma una serie di piramidi azionarie ben incrociate, dove a capo di tutto vi sono le solite fondazioni filantropiche a finalità non lucrativa, tutte disinteressatamente dedite al finanziamento di eventi culturali e caritatevoli, ed a cui dunque il legislatore concede di tenere ben nascosti gli associati.

Se questo è il caso IMI, non sono andate diversamente le cose con Comit e Credit, anch’esse in cima alle classifiche internazionali di redditività.



Nel frattempo i politici si giocano comuni e regioni al casinò

L’orgia speculativa che si è impossessata dell’economia reale, del lavoro e della vita della gente, si è impossessata pure delle istituzioni pubbliche.
La distruzione dello Stato sociale che va attuandosi per causa della distruzione dell’industria nazionale e più in generale dell’economia fisica, arriverà alla più ampia distruzione dello Stato nazionale.
Infatti, stupidi e corrotti amministratori pubblici si sono seduti al tavolo da gioco organizzato dall’oligarchia finanziaria operante attraverso il sistema bancario.
I derivati finanziari, ossia quelle scommesse speculative che vedono coinvolte tutte le istituzioni bancarie del pianeta, hanno invaso i bilanci degli enti pubblici.
900 enti pubblici hanno nel proprio bilancio strumenti derivati per 10,5 miliardi di euro.
Allo stato attuale quelle che dovevano essere operazioni “assicurative” per alleggerire il debito degli enti pubblici, si sono trasformate in un cappio al collo dei contribuenti che si ritrovano ipertassati anche per pagare i debiti da gioco contratti dagli amministratori pubblici, e di cui creditori sono iprincipali istituti bancari.
Le scommesse su cui si imperniano questi strumenti si sono rivelate sbagliate nell’80% dei casi, secondo quanto affermato dalla Consob.

Nel caso in specie delle amministrazioni locali, comuni province o regioni che siano, si parla solitamente di swap:
l’amministrazione scommette contro una banca che se un tasso resta entro un certo livello guadagna, se lo supera perde.
Per partecipare all’operazione l’amministrazione riceve un premio finanziario che registrerà in bilancio come attivo (inizialmente, pagherà al massimo una commissione alla banca).

Sostenere, come fanno solitamente gli amministratori locali che si sono seduti al grande tavolo da gioco dei derivati finanziari, che l’operazione di swap non comporta costi, è un falso: i costi ci saranno se la scommessa sarà persa (e solitamente viene persa).
I costi essendo solo potenziali, non risultano in bilancio al momento della contrazione dell’operazione finanziaria; risulteranno soltanto al momento in cui la condizione perdente si sarà verificata.
Il paradosso è però che siccome le amministrazioni locali ricevono un premio finanziario fin dall’inizio dell’operazione, questo viene registrato nell’attivo di bilancio, rendendo l’illusione dell’ottimo lavoro finanziario fatto dagli amministratori.
Poi però negli anni successivi c’è da aspettarsi, con un’80% di probabilità, l’esito negativo dell’operazione e dunque il maturare di perdite la cui entità non è fra l’altro determinabile, in quanto rimessa alle dinamiche dei tassi di interesse.

La Corte dei Conti, si è espressa in merito a queste operazioni, con queste parole:
“Il fenomeno è preoccupante perché le esposizioni finanziarie possono diventare progressivamente insostenibili (...) le gestioni future sono destinate a farsi carico degli effetti negativi loro tramandati, e che saranno difficili da sostenere”.


Così, tanto per rendere l’idea, il Comune di Torino sta perdendo con JP Morgan 14 milioni di euro sui contratti speculativi dei derivati finanziari.
JP Morgan ha avuto come suo consulente l’attuale ministro Linda Lanzillotta, fautrice inesauribile delle liberalizzazioni, la quale ha affermato di aver aiutato la banca a comprendere come funzionano i bilanci pubblici.

Il Comune di Taranto è invece fallito tout court per causa delle operazioni in derivati.

I soldi delle tasse pagati dai cittadini di Taranto così passano brevi manu alla Bnl con cui il Comune si era esposto.
Il Comune non ha così i soldi per pagare le retribuzioni dei dipendenti e neanche il mantenimento dei servizi ai cittadini.

Per l’attuale modello culturale del liberismo, il contratto di credito prevale sul contratto sociale.

Assistiamo così alla perfetta concretizzazione del parassitaggio per opera dell’economia finanziaria ai danni di quella reale, magistralmente descritto da Lyndon LaRouche con la funzione delle tre curve:



La liquidità viene a mancare per sostenere l’economia reale (sanità, istruzione, infrastrutture, sistema pensionistico e previdenziale, retribuzioni, ecc.) perché assorbita dalla bolla speculativa rappresentata dagli “aggregati finanziari”.
Questo è un processo che non riguarda solo le amministrazioni comunali italiane, ma l’intera economia mondiale da circa quarant’anni, e che sta comportando la distruzione dei tenori di vita della maggioranza della popolazione mondiale.

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