sabato 10 dicembre 2011

Dove ci porta Mario Monti

Illusioni e realtà della "manovra"

Vorremmo noi per primi illuderci che tutto questo servirà.
Siamo ammirati della reazione dignitosa, quasi disciplinata, del popolo italiano: “speriamo che tutto questa serva e finisca il primo possibile”.
Purtroppo riteniamo invece che questa manovra peggiorerà le cose.
I nostri concittadini lo devono sapere.
Se l’analisi è sbagliata, così è quella della maggioranza dei politici italiani ed europei, sbagliate sono le soluzioni.
La crisi italiana ha una insopprimibile dimensione europea ed è profondamente falso quanto Monti ci ha detto, presentando la manovra, che la crisi del debito italiano “non è colpa degli europei, è colpa degli italiani”, che siamo “un focolaio di infezione” e rischiamo di “macchiarci della responsabilità” di far fallire l’Europa.

Il debito pubblico italiano non ha causato la crisi europea, era lì già prima.
In un contesto di crescita europeo e di bassi tassi di interesse – che com’è noto sono stabiliti dalle banche centrali e non dai mercati – esso non avrebbe costituito un problema, tanto meno un problema urgente.
C’è invece qualcosa di sbagliato, di profondamente sbagliato nella costituzione economica europea che ha creato un sviluppo fittizio nell’Europa periferica fondato su bolle immobiliari allegramente finanziate dalle banche dei paesi forti, fatto da puntello alle tendenze neo-mercantiliste tedesche, minato la competitività dell’Italia, determinando gravi squilibri commerciali infra-europei.
Ciò nulla ha che vedere con una presunta indisciplina fiscale dei paesi periferici – tranne, forse, il caso greco di cui i tedeschi sapevano tutto.
Gli economisti americani, keynesiani e monetaristi, ci avevano avvertito: l’Euro senza forti politiche di contrasto agli squilibri sarà come una camicia di forza indossata da economie fra loro troppo diverse.
Ci hanno convinto che lo dicessero per paura che l’Euro scalzasse il dollaro.
Fatto è che, ora, le misure adottate, devastanti per i redditi delle famiglie e lo stato sociale, getteranno il nostro paese in una gravissima recessione.
Un inutile pareggio di bilancio sarà pure realizzato – a costo di altri sacrifici già previsti in automatico come l’innalzamento ulteriore dell’IVA – ma la caduta del Pil potrebbe addirittura peggiorare il rapporto debito/Pil.
Ma allora, a cosa serve tutto questo?

Il prof. Monti ci ha raccontato che questo serve a rassicurare i tedeschi affinché la BCEultimatum secondo il WSJ, che prefigura l’Europa come un folle “austerity club”, come l’ha definito Munchau sulFinancial Times.
Per non parlare dell’assenza di un ridisegno progressista dell’Europa che renda compatibile la moneta unica con la crescita, in particolare con un impegno dei paesi in surplus di rilanciare le loro economie.
Come uno più uno fa due, se questo non accade la crisi europea semplicemente non ha soluzioni, e non ci si illuda per un po’ di abbassamento degli spread: è solo un beffardo prolungamento dell’agonia.

Abbiamo fatto male ad accettare l’argomento del “moral hazard” per cui dovremmo dimostrare con misure ferocemente restrittive ed accettando una perdita di sovranità fiscale che non ce ne approfitteremo dell’intervento della BCE.
Mentre quest’ultimo, se vi sarà, non sarà tale né da prefigurare un cambio di status della BCE da banca straniera a vera banca sovrana, né da invertire il tracollo delle nostre economie, non c’è nulla che noi dovevamo dimostrare: il nostro debito pubblico non ha causato la crisi europea e la fatica di Sisifo di ridurlo peggiorerà la situazione.

Come hanno sostenuto oltre 300 economisti (documentoeconomisti.blogspot.com), un obiettivo di stabilizzazionedel rapporto debito/Pil, per il quale avremmo dovuto impegnarci in Europa in un quadro di bassi tassi e rilancio della domanda a livello europeo, era sufficiente per uscire da quest’incubo.
Quello che compete a noi italiani è sì di ristrutturare il bilancio pubblico, ma non per ridurre il debito, tantomeno in questo momento, ma per rendere più eque ed efficienti spesa pubblica e prelievo fiscale così da sostenere giustizia sociale e crescita.
Precisamente l’opposto di quanto si sta facendo.

Sergio Cesaratto e Lanfranco Turci

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