venerdì 1 marzo 2013

Il neoliberismo

Friedman vs Keynes
Il neoliberismo è una costola del capitolo globalizzazione, incredibilmente sottovalutata nella storia contemporanea. Nei libri di storia, specialmente nei manuali scolastici, la questione è trattata en passant riferendosi a Ronald Reagan e Margaret Thatcher: i leader conservatori che ai primi anni ottanta hanno introdotto, in politica interna, radicali riforme in senso liberista. In realtà i protagonisti di questa storia, dalle radici profonde e dagli effetti globali, sono molti di più, anche se meno "popolari".

Friederich von Heyek[1] e Milton Friedman[2] per esempio. I guru ideologici di questa dottrina economica. Oppure John Maynard Keynes, il padre fondatore della politica di intervento statale coordinata su scala mondiale che ha dominato la scena della ricostruzione del dopoguerra. Ma anche Augusto Pinochet, il dittatore cileno che l’11 settembre 1973 prese il potere con un golpe sanguinoso, così come fecero pochi anni dopo i generali argentini e i militari in Brasile. La lista può contare anche volti noti per la politica come Boris Eltisn, Carlos Menem e Donald Rumsfield, fino ad arrivare a esponenti dei vertici delle istituzioni finanziarie sovranazionali (BM, FMI, WTO) decisamente sconosciuti per l’opinione pubblica, come Jeffrey Sachs e John Williamson.


Tutto iniziò nel XVIII secolo con Adam Smith[3] e la sua teoria della “mano invisibile”; David Ricardo formulò la teoria del libero scambio partendo dalla condizione dell’Inghilterra della prima rivoluzione industriale: un paese dominante nel mondo, all’avanguardia tecnologicamente e con un vasto impero coloniale da sfruttare. Su quella base teorica furono abolite le corn laws (dazi doganali a protezione del grano britannico) e propugnato il laissez-faire (nessuna ingerenza dello stato nell’economia e nella società) come ricetta universalmente valida per lo sviluppo industriale. La coincidenza con il progresso politico - Usa e Gb erano le democrazie più avanzate - indusse intellettuali, studiosi, politici e osservatori a utilizzare come logico e consequenziale il connubio tra libertà di mercato e libertà individuale. Malgrado la crisi di fine Ottocento e i primi interventi dello stato in economia e nella società, ancora tra le guerre il laissez faire appariva come il “modello” di riferimento.

Fu la crisi del 1929 e la grande depressione che seguì (“Great Slam”) a porre in agenda una modo diverso di gestire le economie su grande scala, per armonizzare al meglio lo sviluppo interno di uno stato, i commerci internazionali e il valore delle monete che, in estrema sintesi, determina la capacità delle varie nazioni di scambiare ricchezza.

Pioniere di un’altra economia possibile fu il britannico John Maynard Keynes con il fondamentale testo The General Theory of Employment, Interest and Money (1936). L’esperienza politica della socialdemocrazia svedese stava già elaborando piani di profonda integrazione tra libero mercato e azione socio-economica dello stato; il crollo dell’economia americana del 1929 segnò la fine della fiducia nel sistema del libero scambio e la nuova amministrazione di Frank Delano Roosevelt ideò il “New Deal”. Il “nuovo corso” significò grande impegno da parte dello stato per promuovere lavori pubblici, mettere a punto piani di assistenza sociale, sviluppare politiche economiche orientate al progresso in tutti gli aspetti per l’intera popolazione. L’obiettivo fu sostenuto da una prassi, da un metodo di lavoro che ancora oggi illumina gli occhi di chi lo ha vissuto: “Quando Sachs parla con tono appassionato di “lavoro serio”, evoca i giorni del New Deal, della Grande società e del Piano Marshall, quando i giovani laureati dell’Ivy League sedevano attorno a tavoli di quercia a Washington, in maniche di camicia, circondati da tazze di caffè vuote e documenti, impegnati in lunghi e accaniti dibattiti sui tassi di interesse e il prezzo del grano. È così che agivano gli strateghi politici ai tempi d’oro del keynesianesimo (…). [4]

Le macerie della seconda guerra mondiale offrirono l’occasione per ricostruire su basi nuove. Sancito il fallimento del sistema di laissez-faire e con la necessità di contrastare l’espansione del movimento comunista guidato dall’Urss, tutto l’occidente abbracciò politiche di ispirazione keynesiana.

Non è vero che dalla storia non si impara. A differenza del 1919 gli Stati Uniti furono in prima linea per la ricostruzione: promossero e accolsero la sede ONU (a New York), vararono il Piano Marshall per sostenere le economie di ricostruzione dell’Europa occidentale, concordarono a Bretton Woods (cittadina americana nello stato del New Hampshire) un sistema finanziario basato sul cambio fisso con il dollaro e l’istituzione di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale: tutte misure prese esplicitamente per aiutare lo sviluppo dei paesi poveri e per evitare crisi economiche devastanti.

La storia del neo-liberismo nasce come opposizione al meanstream degli anni d’oro ’50 -‘70, che era, come abbiamo visto, profondamente ispirato alle teorie economiche di Keynes. Malgrado la crescita record delle economie una piccola cerchia di professori e studenti sviluppò una nuova dottrina anti-keynes. Il centro di questa corrente di pensiero fu l’Università di Chicago e il grande ideologo fu l’economista di scuola austriaca Friederich von Heydek. Le sue lezioni propugnavano un mondo ideale totalmente regolato dalle leggi economiche, senza interferenze da parte dello stato. Un mondo ovviamente irreale; nella realtà invece milioni di persone in Europa e in America, negli anni ’50 poterono curarsi gratuitamente, percepire reddito anche in situazioni di malattia, infortunio, ferie, disoccupazione; accedere a una pensione di anzianità; usufruire di strutture decenti per l’istruzione, l’assistenza all’infanzia; usufruire di efficienti sistemi di trasporto ferroviario, strade nuove e scorrevoli, quartieri finalmente vivibili…eccetera eccetera. Le economie “aiutate” dai capitali statali, spesso da aziende nazionalizzate, fornivano servizi essenziali a prezzi irrisori: luce, acqua, gas diventarono comuni nelle abitazioni delle principali cittadine dei paesi industrializzati. Tutti gli indici economici e sociali segnavano progressi più o meno sensibili. La ricchezza complessiva aumentava e – in parte – questa crescita era condivisa dall’intera popolazione.

Il quadro è certo complesso e molto si potrà dire delle deficienze dell’età compresa tra i ’50 e i ’70. Resta il dato di fatto che nessun altro periodo nella storia dell’umanità abbia conosciuto un progresso così forte per un numero così ampio di persone. Ovunque, il grande balzo in avanti da un sistema semi-feudale a una società industriale, è avvenuta con l’impegno dello stato, sia nella forma mista (keynesiana) che nella forma a pianificazione totale tipica delle società comuniste.

Il dipartimento di Chicago diventò “Scuola di Chiacago” grazie a un allievo di Heyek particolarmente carismatico e fortemente deciso a scuotere le fondamenta della teoria economica: Milton Friedman.

In cosa consiste questa nuova dottrina? Consiste nella riproposizione del liberismo puro, un “nuovo liberismo” – il neoliberismo appunto - dopo quello visto a inizio Ottocento. Un’ideologia costruita intorno ad un fine e ad un mezzo e con una premessa.

La premessa è la “visione” di un mondo ideale in cui domanda, inflazione, disoccupazione funzionano alla stregua di forze naturali. Il mercato - visto come un ecosistema in grado di l’autoregolarsi - avrebbe dato vita all’esatto numero di prodotti al prezzo esattamente adeguato, realizzati da lavoratori che percepivano salari perfettamente sufficienti a comprare quei prodotti: un mondo perfetto di piena occupazione, creatività e, soprattutto, crescita perpetua.

Questa “visione” rende la dottrina economica più una ideologia che un modello scientifico con qualche evidenza storica. Una caratteristica importante perché altrimenti non sarebbe comprensibile il fondamentalismo con cui è stata portata avanti da poche centinaia di economisti e tecnocrati, di grande e crescente influenza.

Il fine è quello di promuovere a tutti i livelli (diffondere il credo forse si addice meglio) una presunta scientificità nell’assioma per cui se gli individui agiscono secondo i propri egoistici interessi, creano benefici massimi per tutti. Se qualcosa va storto – inflazione sale, la crescita diminuisce – l’unica spiegazione è che il mercato non è abbastanza libero. La soluzione, ovvero i mezzi per creare la società perfetta, è un’applicazione più rigida e più completa delle norme fondamentali.

Al di là delle teorie la ricetta di Friedman è indicata nel suo Capitalismo e libertà e rappresenta la mappa di riferimento per le politiche che hanno dominato il mondo dagli anni ’80 a oggi.

La ricetta di Friedman
  1. Deregulation
    Riprendendo la teoria di Ricardo sull’abolizione dei dazi doganali, e più in generale delle tasse protezionistiche, viene auspicato l’annullamento di tutte quelle regole e norme che limitano l’accumulazione del profitto.

  2. Privatizzazione
    È la pietra angolare del neoliberismo. Partendo dal dogma della maggiore efficienza dei privati rispetto al pubblico, viene auspicato la sostituzione dei servizi pubblici con servizi privati e privatizzati. Friedman proponeva la privatizzazione della Sanità, delle Poste, della Scuola, delle Pensioni e dei Parchi Nazionali.

  3. Riduzione spese sociali
    Per ripulire l’economia inquinata dall’attività dello stato occorre ridurre drasticamente le spese sociali. Tagliare i fondi per il sistema pensionistico, l’assistenza sanitaria, il salario di disoccupazione eccetera.
    Friedman insisteva molto sulla riduzione delle tasse; devono essere basse e con tassazione fissa indipendente dal reddito.
    (Questa misura sarebbe servita, in seguito, da cavallo di troia per ottenere consenso politico anche nelle fasce sociali pesantemente danneggiate da tale provvedimento).

La ricetta, che passerà all'opinione pubblica come neoliberista, era presentata da Friedman e i suoi seguaci come una vera e propria "scienza esatta". Qui sta il clamoroso successo di una pratica economica disastrosa a qualunque verifica empirica: presentare con l’aurea della "imparzialità scientifica" modelli matematici del tutto privi di coerenza con la realtà, ma di straordinario beneficio per i settori più dinamici della finanza e della imprenditorialità mondiale. Argomentazioni improponibili per manager e politici, apparivano in tutt’altra veste se presentati da un matematico e brillante oratore come Milton Friedman. La possibilità di contrastare le politiche keynesiane con posizioni pseudo-accademiche portò alla Scuola di Chicago, a partire dagli anni Sessanta, donazioni a valanga e grandi opportunità di propaganda (certamente sproporzionati in confronto al numero dei suoi esponenti).

Per capire l’aria nuova che circolava nell’ambiente basti ricordare che il premio nobel per l’economia andò nel 1974 a Heyek e nel 1976 a Friedman.

Messa a punto la teoria e innescato il circolo virtuoso del finanziamento, occorreva trovare l’occasione adatta per applicare finalmente i modelli matematici alla realtà economica e avviare così la controrivoluzione anti-keynes.

N.B. La retorica del liberismo utilizzò spesso la propaganda anticomunista, ma il vero nemico era il keynesismo, ovvero il sistema misto. Gli Stati Uniti non erano ancora usciti dal sistema del New Deal, l’Europa sembrava avviata verso un modello socialdemocratico, mentre buona parte del mondo in via di sviluppo stava abbracciando sistemi misti regolati dallo stato. Il neoliberismo è nato e si è diffuso per contrastare tutto questo.

Esattamente come il marxismo, il neoliberismo appariva una ideologia tanto accattivante quanto irrealizzabile (a prezzo, per entrambi, di tragici effetti collaterali); l’utopia degli imprenditori al posto dell’utopia dei lavoratori; il mercato perfetto anziché lo stato proletario; per entrambi felicità universale e soluzione di tutti i problemi.


[1] The Road of Serfdom, 1944 - The pure Theory of Capital, 1941 - Regole e ordine, 1973.
[2] Milton Friedman, Capitalismo e libertà, 1962.
[3] Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, 1778.
[4] Naomi Klein, Shock Economy, Rizzoli, 2007, p.285.

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