7. Perché tutti invocano la crescita per la soluzione del debito pubblico?

Il debito è come una tavola a cui si presentano degli ospiti inattesi.
Si può decidere di respingerli e il problema è risolto, ma se si accolgono ci sono due soli modi per servire anche loro: ridurre le razioni di tutti o aumentare le portate.
Ed ecco la crescita come soluzione del debito in alternativa ai tagli e agli aumenti di tasse.
L'argomentazione è che se aumenta la ricchezza prodotta, automaticamente dovrebbe aumentare anche il gettito fiscale e quindi le risorse per il pagamento di interessi e capitale.
Ma la crescita pone tre ordini di problemi: una questione di soldi, una questione di diritti, una questione di compatibilità ambientale.

La questione dei soldi si pone perché per investire le imprese hanno bisogno di stimoli.
Se si tratta di imprese orientate al mercato interno, come quelle delle costruzioni e delle infrastrutture, richiedono ordini.
Si aspettano che lo stato le ingaggi per la costruzione di strade, ponti, ferrovie, acquedotti.
Se si tratta di imprese orientate al mercato globale richiedono sovvenzioni.
Si aspettano che lo stato le aiuti con finanziamenti alla ricerca, con facilitazioni fiscali e riduzione degli oneri sociali, in modo da avere meno costi e quindi essere più competitive.

Ma dove trovare i soldi se il fondo del barile è già stato raschiato?
L'indicazione delle imprese è tagliare ulteriormente le spese correnti per recuperare risorse per loro.
Così la crescita si trasforma in antagonista delle spese sociali.

Sapendo di non avere soldi da spendere, il governo Berlusconi ha cercato disperatamente delle scorciatoie per favorire le imprese a costo zero.
Ma l'unica via che ha trovato è la riduzione del costo del lavoro tramite la riduzione delle garanzie contrattuali: preminenza dei contratti aziendali sui quelli nazionali, maggiore libertà di licenziamento, minori tutele nelle assunzioni.
Così la crescita si trasforma in antagonista dei diritti dei lavoratori.
Ma il problema principale è che oggi non ci sono più margini per la crescita.
E non tanto per ragioni economiche, quanto ambientali.
Le nostre economie sono già cresciute fin troppo, se tutti i paesi del mondo pretendessero di raggiungere i nostri livelli di ricchezza, il pianeta collasserebbe.

L'assottigliarsi delle risorse e la necessità di ridurre l'inquinamento ci impongono sobrietà nei consumi e prudenza nella produzione.
La nostra sfida non è accrescere la produzione, ma ristrutturarla in modo da garantire a tutti di vivere bene nel rispetto dei limiti del pianeta.
Per riuscirci dobbiamo aver chiaro che il benessere non si misura con la quantità di lattine di coca-cola che buttiamo nel carrello della spesa o col numero di apparecchi televisivi che abbiamo per casa.
Prima che dalle cianfrusaglie di mercato, la dignità personale dipende dalla qualità dell'abitare, dalla possibilità di curarsi e vivere in buona salute, dalla capacità di esercitare pienamente le funzioni di cittadino sovrano, dalla possibilità di fare comunità, dalla possibilità di potersi nutrire, vestire, muoversi, scaldare a buon mercato.
Per questo il vero sviluppo, quello umano e sociale, non dipende dalla crescita del prodotto interno lordo, ma dal grado di equità, di inclusione lavorativa, di solidarietà collettiva che siamo capaci di mettere in atto. Dipende dal livello di diritti che sappiamo garantire, dalla quantità e qualità dei servizi collettivi che sappiamo fornire, dal tipo di città che sappiamo strutturare, dalle forme e dai tempi di lavoro che sappiamo organizzare, dalle forme di partecipazione che sappiamo promuovere.

Non di più, ma meglio e diverso devono essere le nuove parole d'ordine.
Non si tratta di creare nuove fabbriche, ma di trasformare quelle esistenti per renderle più eco-compatibili e metterle in condizione di produrre ciò che serve secondo nuovi schemi di consumo orientati ai bisogni fondamentali per tutti.
Trasformarle non solo da un punto di vista tecnico, energetico e produttivo, ma anche dell'assetto proprietario, delle forme di assunzione, dei tempi di lavoro, dei livelli salariali, dei diritti sindacali, tenendo a mente che il lavoro non è un costo da comprimere, ma una ricchezza da valorizzare.
Una funzione che tutti abbiamo il diritto-dovere di svolgere in forma dignitosa e sicura per poter prendere parte alla ricchezza prodotta.
E non solo in ambito mercantile, ma sempre di più in ambito collettivo perché quando le risorse si fanno scarse non è espandendo il mercato, ma l'economia della solidarietà collettiva, che si può permettere a tutti di vivere con dignità.

Dunque non è alla crescita che dobbiamo puntare, ma a un altro modello organizzativo che pur mantenendo consumi e produzione al minimo, consente a tutti la piena inclusione lavorativa, il pieno soddisfacimento dei bisogni fondamentali, la piena realizzazione umana, sociale e politica.
Ma per riuscirci è quanto mai necessario trovare un via di uscita dal debito alternativa a quella presente, per non trovarci del tutto spogliati.


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